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Se fossi mia davvero
di gocce d'acqua vestirei il tuo seno
poi sotto i piedi tuoi
veli di vento e foglie stenderei.
Corpo chiaro dai larghi fianchi
ti porterei nei verdi campi e danzerei
sotto la luna, danzerei con te.
Lo so la mente vuole
ma il labbro inerte non sa dire niente.
Si è fatto scuro il cielo,
già ti allontani; resta ancora a bere.
Mia davvero: ah, fosse vero!
Ma chi son io, uno scimmione
senza ragione, senza ragione, senza ragione
uno scimmione... fuggiresti, fuggiresti
uno scimmione, uno scimmione
senza ragione... tu fuggiresti,
tu fuggiresti...
Ad un uomo qualsiasi, rappresentante di un qualunque momento storico, viene concesso dagli Dei il dono dell'eternità affinchè egli possa soddisfare il suo desiderio di conoscere l'essenza dell'uomo.
Questo "Dono" permette di vivere in pochi istanti secoli di storia. In questo suo viaggio in ricerca della verità umana egli giunge in vista di un Arcipelago dove si sta svolgendo una battaglia, e grazie al suo dono può amaramente constatare come cambino soltanto le armature degli uomini che si stanno barbaramento ammazzando, mentre gli uomini sono sempre gli stessi che stoltamente perpetuano la loro pazzia sanguinaria: denominatore dei millenni di storia è quindi la violenza dell'uomo contro l'uomo.
Nonostante ciò il protagonista non si arrende all'amara realtà e chiede agli Dei "più tempo dell'eternità" per giungere ad una risposta diversa, ed è proprio grazie a questa richiesta che egli assurge a dignità umana divenendo misura di tutte le cose, egli diviene uomo nel momento in cui cerca sè stesso nella pur amara realtà.
Delirium "Viaggi negli Arcipelaghi del tempo"

La data del 25 dicembre, prima di diventare celebre come compleanno di Gesù, è stata festeggiata da popoli di culture e religioni molto diverse tra loro le cui attività lavorative, essenzialmente agricole, erano in completa sintonia con il corso del sole: la paura che il sole potesse perdere forza e non rinascere più durante l’inverno doveva essere esorcizzata con riti e festeggiamenti che avessero lo scopo di aiutare il sole nel momento di minor forza.
Per tale motivo il 25 dicembre, nel 3000 a.C. circa, veniva festeggiato il dio Sole babilonese chiamato Shamash. A Maeshowe, in Scozia, si erge un tumulo risalente al 2750 a.C. costituito da una struttura di pietra con un lungo ingresso a forma di tunnel che, soltanto durante il solstizio invernale, viene interamente attraversato dalla luce del sole che sorge.
Nell’antica Roma, infine, il 25 dicembre veniva festeggiato Mitra, il dio del sole invincibile (sol invictus). Quando però l'imperatore Costantino nel 330 d.C. si convertì al cristianesimo, il 25 dicembre si incominciò a festeggiare non più il “Natalis solis” ma il “Natalis Christi”.
La RAI sbarca sul Digitale Terrestre!
Il perchè di ciò però ha dell'incredibile. Procediamo con ordine. Era il 1999 quando la neonata televisione di Francesco Di Stefano, Europa7 ottiene dallo Stato la concessione per una rete nazionale e si prepara a iniziare le trasmissioni entro il 31 dicembre. Europa 7, però, non inizierà mai a trasmettere, perché - secondo Di Stefano - le frequenze che doveva utilizzare sono occupate da Rete 4. Opposta, naturalmente, la versione di Mediaset. Nonostante lo scontro sulle frequenze, il ministero delle Telecomunicazioni (il governo era presieduto da Massimo D'Alema), con un'autorizzazione molto contestata, consente la prosecuzione delle trasmissioni analogiche a Rete 4. Dopo tre anni di battaglie legali il caso approda alla Corte Costituzionale che decide che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive. Rete 4, secondo la sentenza, deve quindi cessare le trasmissioni analogiche entro il 31 dicembre 2003. Nell'estate del 2003 però, il ministero delle Comunicazioni, durante l'ultimo Governo Berlusconi, presenta un disegno di legge per il riordino del sistema radiotelevisivo italiano - noto come legge Gasparri - che prevede l'introduzione dello standard di trasmissione digitale terrestre. La legge, che permette a Rete 4 di continuare a trasmettere, viene approvata dal Parlamento nel dicembre 2003. Nell'aprile del 2004 la Gasparri viene definitivamente approvata. Nel luglio 2005, il Consiglio di Stato, dopo l'ennesimo ricorso di Europa 7, ha investito della questione la Corte di Giustizia Europea, che ha dato ragione alla televisione di Di Stefano nel gennaio 2008, stabilendo che il regime italiano di assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione radiotelevisiva «è contrario al diritto comunitario». Così il consiglio di Stato ha ordinato all'autorità per le garanzie nelle comunicazioni e al ministero dello sviluppo economico di fornire al giudice, entro il 15 ottobre, ampie spiegazioni su come e perché l'annosa vicenda di Europa 7 non è mai stata risolta. Nel dossier che l'Agcom deve consegnare a Palazzo Spada è contenuta l'ipotesi di utilizzare, anziché le frequenze di Rete4 (com'è dovuto), una parte delle frequenze Rai. L'idea è prospettata in una relazione che l'Agcom ha chiesto a un super esperto del settore, il professor Antonio Sassano. In sostanza, nella relazione che gli uffici della Agcom hanno fatto propria, l'ingegnere ha segnalato che - nell'ambito di una ricanalizzazione complessiva delle reti della tv pubblica dovuta anche all'introduzione del digitale terrestre - Raiuno potrebbe abbandonare le frequenze del canale 8 su quasi tutto il territorio nazionale. Frequenze che a questo punto potrebbero essere consegnate a Europa 7. Che, finalmente, accenderebbe le sue trasmissioni, come da anni aspetta e prevede il patron Francesco Di Stefano. Francesco Di Stefano, il patron della tv che (ancora) non c'è, al momento si blinda dietro un 'no comment'. Si delinea l'ennesima soluzione ad aziendam dell'era Berlusconi. Una beffa: non solo i cittadini, con le tasse, pagheranno le multe che ci vengono comminate dall'Europa. Alla fine potrebbe essere la Rai a 'farsi più in là' e cedere il passo. Mentre Rete4, con il suo simbolo-mascotte Emilio Fede, resterebbe nella sua dorata postazione, senza averne mai avuto il diritto.

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« Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento. »

Per gli studiosi che si apprestano a spingere il pulsante d'accensione, si tratta di ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il Big Bang: ovvero di riportarci indietro nel tempo sino al momento della creazione del nostro universo, all'inizio del mondo. Ma per un gruppo di preoccupati ricercatori l'esperimento che dovrebbe cominciare tra dieci giorni in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, comporta il rischio della fine del mondo, la distruzione e anzi la letterale scomparsa del nostro pianeta. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi. Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi centigradi, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra. Qualcuno, tuttavia, teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono scarse possibilità che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta, dicono, perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la terra. Esperimenti di questo tipo, inoltre, sono stati condotti per trent'anni, senza avere risucchiato nemmeno un pezzettino della terra né causato danni di qualsiasi genere.
Abbiamo solo da aspettare. Muhahahah!
Ultimi aggiornamenti:
Si chiamano Cms, Atlas, Alice e Lhcb i quattro esperimenti che saranno condotti nell'acceleratore Large Hadron Collider (Lhc) del Cern di Ginevra. Ognuno di essi occupa una gigantesca caverna all'interno del tunnel da 27 chilometri percorso dall'acceleratore e contiene apparti sperimentali all'avanguardia della tecnologia.
Ecco i loro obiettivi:
CMS: Compact Muon Solenoid, andrà a caccia del bosone di Higgs, la particella in grado di far aggregare tutte le altre particelle e dalla quale dipende la massa. Inoltre cercherà di spiegare perché la materia ha finito con il prevalere sull'antimateria e indagherà sulla materia oscura. E' un gigantesco rivelatore che contiene il più grande solenoide del mondo, pesante 12.500 tonnellate.
ATLAS: A Toroidal Lhc Apparatus, alto come un palazzo di cinque piani, è il più importante rivelatore dell'Lhc. Oltre a dare la caccia a bosone di Higgs, materia oscura e antimateria, cercherà di verificare se in realtà le forze della natura sono una sola, se esistono superparticelle (o particelle ombra di quelle previste dalla fisica attuale) e se esistono anche nuovi mattoni della materia e nuove forze.
ALICE: A Large Ion Collider Experiment, è un apparato alto 16 metri e lungo 20 che studia collisioni fra nuclei di piombo anziché fra protoni. E' qui che i fisici sperano di riuscire a ricreare il plasma di particelle (quark e gluoni), ossia lo stato della materia esistito per pochi miliardesimi di secondo subito dopo il Big Bang.
LHCb: Large Hadron Collider beauty, cercherà di capire che cosa è successo fra materia e antimateria subito dopo il Big Bang grazie ai suoi 435 metri quadrati di rivelatori.
 
In questi giorni qualcuno di voi avrà sentito parlare di un certo Karadzic e di un suo certo processo.. ma chi è costui?
Rodovan Karadzic è un politico bosniaco, presidente della Repubblica Serbia di Bosnia tra il '92 e il '96. Egli è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità. Su di lui pendeva una taglia di 5 milioni di dollari emessa dal governo degli Stati Uniti. Nel 1989 fu tra i protagonisti della fondazione in Bosnia Erzegovina del Partito Democratico Serbo che si proponeva di proteggere e rafforzare gli interessi dei Serbi di Bosnia Erzegovina. Il 3 marzo 1992 un referendum cui avevano partecipato solo i croato-bosniaci e i bosniaci musulmani (mentre era stato boicottato dai serbi di Bosnia), sancì l'indipendenza della Repubblica dalla Jugoslavia. Poco più di un mese dopo la Bosnia Erzegovina venne riconosciuta dall'Onu come uno stato indipendente e sovrano, ma i Serbi di Bosnia non riconobbero il nuovo stato e proclamarono la nascita nei territori a prevalenza serba della Repubblica Serba, di cui Karadzic divenne presidente. Karadzic era al primo posto nella lista dei ricercati del Tribunale dell'Aja per i crimini nella ex Jugoslavia. Il suo nome è legato al massacro di Srebrenica nel '95, con l'uccisione di circa 8mila mussulmani bosniaci, tra i 12 e i 77 anni, massacrati in pochi giorni, constatando l'assenza di alcun intervento di difesa da parte dei caschi blu olandesi dell'ONU presenti sul luogo del massacro stesso. Un'operazione che la Corte internazionale di giustizia ha definito «genocidio». Karadzic deve rispondere anche di crimini di guerra e contro l'umanità per il ruolo svolto nella sanguinosa guerra di Bosnia, la più feroce fra quelle scatenate dalla dissoluzione della Jugoslavia.
Allo stesso modo, ma in maniera leggermente più silenziosa, sta avvenendo un'altra "caccia al criminale" in Sudan.
Il 14 luglio l’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso una richiesta di imputazione contro Omar Hassan Ahmad al-Bashir, Presidente del Sudan, con l’accusa di aver condotto una campagna genocidaria contro i gruppi etnici Fur, Masalit e Zaghawa in Darfur. In aggiunta, il Procuratore ha richiesto che al-Bashir sia incriminato anche per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Si ritiene che le popolazioni Fur, Zaghawa e Masalit siano state oggetto di una campagna, architettata dal Governo sudanese, volta alla loro distruzione. La colpa sarebbe quella di appartenere al medesimo ‘gruppo etnico’ dei ribelli che, dal 2003, danno filo da torcere al Governo di Khartoum conducendo una rivolta armata nella regione. Lo stesso al-Bashir sarebbe da ritenersi responsabile per la promozione di una polarizzazione della popolazione del Darfur secondo una frattura fra gruppi cosiddetti ‘Arabi’ ed ‘Africani’. Le differenze etniche, dunque, più che rappresentare l’origine degli scontri violenti avrebbero offerto la giustificazione ideologica per una brutale campagna, condotta contro la popolazione civile allo scopo di stroncare la ribellione.
 
Se gli shoot 'em up vi fanno impazzire, se invece di tanti effetti speciali inutili preferite tanta sostanza e vi piace battere continuamente il vostro record, allora siete capitati sull'intervento giusto! Se a tutto ciò preferite anche un tocco "vintage", allora presto avrete un altro Dio! Il pargolo in questione è un gioco pubblicato nel 1999 chiamato "Tyrian 2000". Il gioco è ben fatto, certo la grafica non è supertecnologica, vi sono infatti varie modalità di gioco e con dei trucchi se ne sbloccano altre ancora. Inoltre non vi annoierete mai perchè proseguendo nell'avventura potrete avere a disposizione armi sempre più potenti. Un'altra caratteristica del gioco è la musica. Le canzoni sono state composte da un grande esperto nel campo delle soundtrack di videogame come Jazz Jackrabbit e Unreal e Ureal Turnament, sto parlando di Alexander Brandon. Purtroppo non riuscirete a goderne a fondo perchè la vostra scheda audio non è in grado di supportare a pieno le musiche e gli effetti speciali. Per scaricare la versione 2.0 del gioco clicca qui. In questo sito troverete i trucchi. E buon divertimento.
Tyrian 2000
ACCADDE TUTTO 2 ANNI FA.
L'intervista mai pubblicata di Salvatore è tornata alla luce.
Per scoprire da dove veniamo, chi siamo e cosa facciamo...
Fedina penale Breve riepilogo della carriera di imputato di Silvio Berlusconi, iniziata nel lontano 1990 quando la Corte d’appello di Venezia ritenne falsa la sua testimonianza a proposito della sua iscrizione alla loggia P2, ma dichiarò il reato coperto dall’amnistia appena varata dal Parlamento.
– Tangenti alla Guardia di finanza: condanna in primo grado a 2 anni e 9 mesi per corruzione; prescrizione (grazie alle attenuanti generiche) in appello; assoluzione per «insufficienza probatoria» (comma 2 dell’articolo 530 del Codice di procedura penale) in Cassazione. Condannati invece per corruzione il manager Fininvest Salvatore Sciascia e alcuni ufficiali delle Fiamme gialle, nonché – per favoreggiamento – l’avvocato Fininvest Massimo Maria Berruti, poi promosso deputato di Forza Italia.
– All Iberian-1: condanna in primo grado a 2 anni e 4 mesi per i 23 miliardi di lire di finanziamento illecito versati su un conto svizzero di Bettino Craxi; prescrizione (grazie alle attenuanti generiche) in appello, confermata in Cassazione.
– All Iberian-2: per i falsi in bilancio relativi a 1200 miliardi di fondi neri su conti esteri, assoluzione «perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato», nel senso che lo stesso imputato Berlusconi l’ha depenalizzato per legge.
– Medusa Cinema: condanna in primo grado a 1 anno e 4 mesi per 10 miliardi di fondi neri accantonati, nell’ambito della compravendita della casa cinematografica, su alcuni libretti al portatore del Cavaliere; il quale però, in appello, viene assolto con formula dubitativa (art. 530 comma 2) perché è così ricco che potrebbe non essersi accorto del versamento da parte del manager Carlo Bernasconi (condannato).
– Terreni di Macherio: assoluzione in primo grado dall’appropriazione indebita e dalla frode fiscale (4,4 miliardi di lire pagati in nero all’ex proprietario dei terreni che circondano Villa Belvedere, dove vive Veronica con i figli di secondo letto) e prescrizione dei falsi in bilancio di due società immobiliari; in appello sentenza confermata e assoluzione anche da uno dei due falsi in bilancio, mentre il secondo rimane ma è coperto da amnistia.
– Caso Lentini: per i 10 miliardi di lire versati in nero dal Milan al Torino in cambio dell’acquisto del calciatore Gianluigi Lentini, il reato di falso in bilancio viene dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche e alla riduzione dei termini di prescrizione prevista dalla riforma del reato voluta dal governo Berlusconi.
– Bilanci Fininvest 1988-92: archiviazione per prescrizione dei reati di falso in bilancio e appropriazione indebita nell’acquisto di diritti televisivi da parte di alcune società off-shore del gruppo Fininvest, sempre a causa delle attenuanti generiche e dei termini abbreviati dalla legge Berlusconi.
– Consolidato Fininvest: ancora prescrizione, grazie alle generiche e ai nuovi termini della legge Berlusconi, anche per il processo relativo ai falsi in bilancio su 1500 miliardi di fondi neri accantonati su 64 società off-shore del «comparto B» della Fininvest.
– Mondadori: il reato di corruzione giudiziaria per la compravendita della sentenza Mondadori (tangente Fininvest da Previti al giudice Metta) viene dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche, almeno per Berlusconi; Previti invece viene condannato definitivamente a 1 anno e 6 mesi «in continuazione» con la condanna a 6 anni per la sentenza comprata Imi-Sir.
– Sme-Ariosto: assoluzione dall’accusa di corruzione giudiziaria nella compravendita della causa Sme; prescrizione in primo grado per la tangente Fininvest di 434.404 dollari al giudice Squillante nel 1991, reato dal quale Berlusconi viene poi assolto in appello e in Cassazione. Per i falsi in bilancio connessi con i pagamenti ai giudici, il Tribunale di Milano assolve il Cavaliere «perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato», in quanto lo stesso imputato lo ha di fatto depenalizzato.
– Telecinco: processo ancora in corso, a Madrid, per presunti falsi in bilancio e violazioni dell’antitrust spagnola relativi all’emittente Telecinco (altri imputati, tra cui il dirigente Fininvest Alfredo Messina, sono stati nel frattempo giudicati in quanto privi di immunità e assolti).
– Mafia e riciclaggio di denaro sporco: sei inchieste archiviate per decorrenza dei termini d’indagine dal pool antimafia di Palermo.
– Concorso in strage: due indagini archiviate, rispettivamente a Caltanissetta per gli eccidi di Capaci e via d’Amelio e a Firenze per le bombe del ’93 a Milano, Firenze e Roma, sempre per decorrenza dei termini massimi per investigare.
– Diritti Mediaset: è uno dei tre processi ancora aperti a carico del Cavaliere. Le accuse vanno dal falso in bilancio alla frode fiscale all’appropriazione indebita, e si riferiscono a un vorticoso giro di miliardi che sarebbero stati accumulati in nero acquistando diritti televisivi e cinematografici dalle major americane e intermediati da alcune società-schermo nei paradisi fiscali, occultamente controllate dal gruppo del Biscione (come Century One e Universal One), per farne lievitare il prezzo. Fittiziamente, sempre secondo l’accusa. Una cresta oggi, una cresta domani: così la differenza fra il valore reale e quello gonfiato avrebbe alimentato il polmone delle risorse extra-bilancio. Il dibattimento è in corso, praticamente agli sgoccioli, davanti al Tribunale di Milano.
– Corruzione di Mills: altro processo aperto al Tribunale di Milano, dove Berlusconi è imputato per corruzione giudiziaria del testimone David Mills, avvocato inglese e consulente per la finanza estera del gruppo Fininvest, che avrebbe ricevuto 600mila dollari nel 1998 dal Cavaliere in cambio dei suoi silenzi e delle sue bugie in occasione degli interrogatori nel 1997 nei processi Guardia di finanza e All Iberian.
– Corruzione di Saccà: su Berlusconi pende una richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Napoli per corruzione dell’ex direttore generale della Rai e poi di Raifiction, Agostino Saccà. L’inchiesta dei pm Paolo Mancuso e Vincenzo Piscitelli riguarda le raccomandazioni per cinque «attrici» (Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Vittoria Ferranti ed Eleonora Gaggioli) fatte dal leader forzista a Saccà in una telefonata intercettata (vedi sotto). In cambio dell’inserimento delle ragazze nel cast di alcune fiction, come Incantesimo, Berlusconi avrebbe promesso al dirigente Rai sostegno finanziario, imprenditoriale e politico, di assicurarsi, tra l’altro, anche dalla diretta partecipazione dello stesso, a mezzo di proprio fiduciario o società comunque a lui riferibile, al capitale della costituenda New.Co, società realizzatrice della iniziativa privatistica del progetto denominato Pegasus ideata e promossa da Saccà e da altre persone e in via di realizzazione. Sulla richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi e Saccà, inoltrata dalla Procura il 18 gennaio 2008, deciderà presto il gip di Napoli in udienza preliminare.
– Compravendita di senatori: una tranche della stessa inchiesta napoletana è stata trasmessa a Roma per competenza e ipotizza, a carico del solo Berlusconi, l’istigazione alla corruzione di senatori del centrosinistra per il loro passaggio al centrodestra e dunque per la caduta del governo Prodi. Dalle telefonate intercettate tra il Cavaliere e Saccà e dalle deposizioni di alcuni testimoni, si evince che Berlusconi li avrebbe avvicinati o fatti avvicinare da terze persone tra novembre e dicembre del 2007, cioè in pieno dibattito parlamentare sulla legge finanziaria, promettendo ricompense anche in denaro in cambio del «ribaltone» a Palazzo Madama. Un senatore dell’Unione – secondo le parole intercettate del Cavaliere – si sarebbe reso disponibile a saltare la barricata in cambio della raccomandazione a Raifiction di una delle cinque «attrici». Le avances più stringenti sarebbero state rivolte al senatore Nino Randazzo, eletto in Australia, sia direttamente da Berlusconi, sia tramite un commercialista milanese. Ma Randazzo le respinse e rimase fedele all’Unione.
P.S. Il pluri-imputato, pluri-prescritto e pluri-autoassolto Silvio Berlusconi è pure circondato da pregiudicati. Sia in famiglia, sia in azienda, sia in Forza Italia. Suo fratello Paolo ha patteggiato 1 anno e 11 mesi per corruzione nella discarica di Cerro e risarcito la Regione Lombardia con 101 milioni di euro (cifra record per un imputato a Milano). Il suo avvocato di fiducia nonché ex ministro della Difesa, Cesare Previti, ha totalizzato condanne definitive per corruzione giudiziaria per 7 anni e 6 mesi di reclusione ed è attualmente un detenuto, affidato in prova ai servizi sociali presso una comunità di recupero per tossicodipendenti e alcolisti. Il suo braccio destro Marcello Dell’Utri ha collezionato una dozzina di processi, approdati a una condanna definitiva a Torino (2 anni e 3 mesi patteggiati in Cassazione per le false fatture e le frodi fiscali di Publitalia), a una condanna a Milano in primo e secondo grado per tentata estorsione mafiosa (2 anni di reclusione in condominio con il boss di Trapani, Vincenzo Virga) e a una condanna in primo grado a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa.
(my_pop_star)
Quarant'anni ci separano dal 1968 che non è un anno qualunque, esso ha un epoca in sé visto i conseguenti sviluppi dei decenni a seguire.. Un'epoca che avrebbe dovuto essere ricordata, ma la cui memoria è andata sgretolandosi lasciando dietro di sé nient'altro che una scia di sangue. Ma chi ricorda il '68? C'è chi non vuole dimenticare, chi non vuole ricordare e ovviamente c'è chi non sà per poter ricordare o dimenticare..
Ma la vera domanda è: cosa ci lascia il '68?
Se volete scoprirlo leggete (o cercate, per molti sarà un brodo, duro da digerire visto la consistenza) questo dialogo.
Ovviamente non c'è bisogno che esprimiate solo considerazioni sul dialogo.
Censure, espatri, demolizioni coatte di abitazioni, esili, arresti, esecuzioni, pulizia etnica...
I diritti umani prima di tutto. Poi le Olimpiadi...

LA PAURA (un monologo) Di Giorgio Gaber
E camminando di notte nel centro di Milano semi deserto e buio e vedendomi venire incontro l'incauto avventore, ebbi un piccolo sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai... paura, o vigliaccheria emotiva. Sono i momenti in cui amo la polizia. E lei lo sa, e si fa desiderare. Si sente solo il rumore dei miei passi. Avrei dovuto mettere le Clark. La luna immobile e bianca disegna ombre allungate e drittissime. Non importa, non siamo mica qui per fare delle fotografie, dài! Cappello in testa e impermeabile chiaro che copre l'abito scurissimo, l'uomo che mi viene incontro ha pochissime probabilità di essere Humprey Bogart. Le mani stringono al petto qualcosa di poco chiaro. Non posso deviare. Mi seguirebbe. Il caso cane-gatto è un esempio tipico: finché nessuno scappa non succede niente. Appena uno scappa, quell'altro... sguishhh. Ed è giusto, perché se uno scappa deve avere una buona ragione per essere seguito. Altrimenti che scappa a fare? Da solo? In quel caso si direbbe semplicemente 'corre'... E se poi lui non mi seguisse non ho voglia di correre come un cretino alle due di notte per Milano... senza le Clark. La luna è sempre immobile e bianca, come ai tempi in cui c'erano ancora le notti d'amore. Non importa, proseguo per la mia strada. Non devo avere paura. La paura è un odore e i viandanti lo sentono. Sono peggio delle bestie questi viandanti... è chiaro che lo sentono. Ma perché sono uscito? Avrei dovuto chiudermi in casa e scrivere sulla porta: "Non ho denaro" a titolo di precauzione, per scoraggiare ladri e assassini. E lo strangolatore solitario? Quello se ne frega dei soldi. Dovrei andare a vivere in Svizzera. Non si è mai abbastanza coraggiosi da diventare vigliacchi definitivamente. Ma l'importante ora è andare avanti, deciso. Qualsiasi flessione potrebbe essere di grande utilità al nemico. La prossima traversa è vicina e forma un angolo acuto. Acuto o ottuso? Non importa Però sento che lo potrei raggiungere, l'angolo. Ma il nemico avanza, allunga il passo... o è una mia impressione? Ricordati del cane e del gatto. Anche lui ha paura di me. Devo puntargli addosso come un incrociatore, avere l'aria di speronarlo... ecco, così. È lui che si scosta... disegna una curva. No, mi punta. Siamo a dieci metri: le mani al petto stringono un grosso mazzo di fiori. Un mazzo di fiori...? Chi crede di fregare! Una pistola, un coltello, nascosto in mezzo ai tulipani. Come son furbe le forze del male! Eccolo, è a cinque metri, è finita, quattro, tre, due, uno... [segue con lo sguardo una persona che gli passa accanto]. [sospiro di sollievo] Niente, era soltanto un uomo. Un uomo che senza il minimo sospetto mi ha sorriso, come fossimo due persone. Che strano, ho avuto paura di un ombra nella notte. Ho pensato di tutto. L'unica cosa che non ho pensato è che poteva essere semplicemente... una persona. La luna continua a essere immobile e bianca, come ai tempi in cui c'era ancora l'uomo.

Con questa lettera Kipling cercò di spiegare a suo figlio i precetti di chi è davvero degno di essere chiamato Uomo...
Se riesci a conservare il controllo quando tutti Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa; Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio; Se riesci ad attendere e non stancarti di aspettare, O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne, O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio, Senza apparir però troppo buono o troppo saggio ; Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone; Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo; Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina E trattare allo stesso modo quei due impostori; Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante, E piegarti a ricostruirle con strumenti logori; Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite E rischiarle in un colpo solo a testa e croce, E perdere e ricominciare di nuovo dal principio E non dire una parola sulla perdita; Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti, E a tener duro quando in te non resta altro Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!". Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù, E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente, Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro, Se tutti contano per te, ma nessuno troppo; Se riesci a occupare il minuto inesorabile Dando valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi , Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa, E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!
Rudyard Kipling

Furono migliaia gli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia che, tra il maggio e il giugno 1945, vennero uccisi dai partigiani del maresciallo Tito, gettati nelle tipiche fenditure carsiche, le foibe, o deportati nei campi sloveni e croati, dove morirono di stenti e malattie. Le vittime designate furono collaborazionisti e repubblichini, membri del Cnl, partigiani, comunisti, e soprattutto tanti cittadini comuni travolti dal clima di violenza di quelle settimane. L'accusa a loro rivolta era quella di opporsi all'annessione delle terre contese alla "nuova" Jugoslavia. Se nella Venezia Giulia le ferite rimasero aperte alimentando la memoria di quei tragici fatti, nel resto del Paese sugli eccidi di Tito è gravato per oltre mezzo secolo un quasi totale silenzio. A partire dal 1° maggio 1945, i Volontari italiani della Libertà vengono disarmati, e man mano che i partigiani sloveni avanzano in Venezia-Giulia disarmano e internano gli avversari, mandandone poi a morte a migliaia nelle foibe. Avversari che non sono solo i (pochi) repubblichini rimasti nella zona: sono anche, e soprattutto, civili inermi, donne, vecchi, bambini: tutti coloro che, secondo un'ordinanza del governo di Tito, si oppongano al passaggio dell'Istria alla Jugoslavia o rifiutino di dichiararsi slavi. E, esattamente come durante il Ventennio, può bastare una denuncia anonima, magari di un vicino di casa invidioso che voglia acquisire rapidamente un alloggio, oppure di qualcuno che da anni covi una sua vendetta personale, per condannare a morte una persona. Ma tra le vittime si contano anche centinaia di persone uccise solo perché vengono identificate come simbolo del fascismo (come carabinieri, finanzieri, podestà), o della borghesia (come maestre e levatrici). Gli infoibamenti erano iniziati nel '43, dal 9 settembre al 13 ottobre, quando, dopo l'armistizio, i partigiani titini si erano impadroniti di gran parte dell'Istria iniziando con la loro sistematica opera di pulizia etnica. E proseguirono dal 1945 al '47, ben oltre la fine della guerra, spingendo all'esodo migliaia di italiani d'Istria e sterminando coloro che si rifiutavano di andarsene. La parola foiba deriva dal latino fovea, fossa: si tratta di profonde voragini rocciose che le popolazioni slovene e croate del carso triestino utilizzavano come discariche, gettandovi rifiuti quali carcasse di animali, scarti di lavorazione, oggetti rotti. Ecco allora che le foibe non vengono scelte a caso come luogo per lo sterminio degli italiani: gettare gli italiani nelle voragini significa mostrare loro tutto il disprezzo possibile, trattandoli come rifiuti. Migliaia e migliaia di persone morirono in quelle fosse (in Istria sono state trovate più di 1.700 foibe), alcune gettate nel baratro dopo una veloce esecuzione, altre dopo essere state torturate con metodi da far invidia ai nazisti più feroci, altre ancora addirittura vive, lasciate a morire duecento metri sottoterra circondate di cadaveri. Un conto preciso delle vittime è impossibile: secondo alcune fonti gli italiani sterminati furono dai 4 ai 6mila, per altre addirittura 10 o 20mila. Alcuni finirono fucilati, altri morirono nei campi di concentramento. Per la maggior parte, però, si aprirono le porte dell'inferno: le foibe. Facevano irruzione di notte nelle case dei civili, caricando decine di persone alla volta sui camion. Le vittime predestinate, quindi, venivano legate una all'altra con corde, fil di ferro, filo spinato: qualsiasi mezzo che impedisse loro di fuggire. A questo punto, disposti sull'orlo del precipizio, i primi venivano fucilati, trascinando con sé nel baratro anche tutti gli altri, ancora vivi. Alcuni avevano la fortuna di morire subito nella caduta, altri resistevano per ore e ore, feriti, agonizzando circondati da cadaveri in putrefazione. Ma l'orrore poteva essere ancora peggiore, perché prima della morte potevano esserci le torture e le sevizie: nelle fosse carsiche sono state trovate donne stuprate o con il ventre reciso per estrarre il feto che portavano in grembo, uomini evirati che, prima di essere gettati nelle foibe, venivano costretti a mangiare i propri genitali, cadaveri decapitati, con la testa dei quali i titini improvvisavano partite a pallone. La firma del Trattato di Parigi sancì anche l'inizio dell'esodo di migliaia di italiani dopo l'occupazione militare jugoslava di Fiume, di Zara e di gran parte dell'Istria: dalle 250 alle 350mila persone (la cifra, anche in questo caso, varia molto a seconda delle fonti) preferirono la fuga alla dominazione dei titini, i quali, peraltro, avevano instaurato un vero e proprio regime di terrore per spingere gli italiani ad andarsene. E quelli che non ne volevano sapere di abbandonare tutto venivano trucidati: una pulizia etnica non dissimile da quella che, cinquant'anni più tardi, porterà alla guerra del Kosovo.

Nel settembre 1932, quando il potere di Stalin sul partito e sulla Russia era ormai consolidato, in un villaggio della Siberia occidentale, Gerasimovka, venne scoperto il cadavere d’un ragazzo di quindici anni, Pavel Morozov, ucciso a bastonate. In paese Pavel era conosciuto per aver denunciato suo padre Trofimov con l’accusa d’essere un oppositore del partito e d’aver cercato di proteggere alcuni kulaki, i contadini che s’erano opposti alla collettivizzazione finendo (quando la polizia politica, la Nkvd, non li aveva messi al muro già nei loro villaggi) nei campi di lavoro del Gulag.Durante il processo contro il padre, Pavel aveva affermato di non riconoscerlo più come tale. «Non sono più suo figlio», aveva detto: «Adesso io sono un Pioniere, e la mia famiglia è il partito». Il ragazzo si riferiva all’organizzazione giovanile dei Pionieri, i Balilla della Russia staliniana, che in quegli anni era divenuta uno degli strumenti più invasivi con cui il partito esercitava il suo controllo sulla società sovietica. I giornali della regione dettero subito un enorme risalto all’episodio, descrivendolo come un contributo essenziale a quella costruzione dell’«uomo nuovo» su cui si concentrava da tempo la propaganda comunista. E infatti il processo terminò senza sorprese. Il padre di Morozov venne prima spedito in un campo di lavoro, e più tardi fucilato. Così, quando alcuni mesi dopo il ragazzo venne ucciso (probabilmente dai parenti del padre) nacque nei giornali della gioventù, nelle scuole, al cinema e in teatro, il culto di Pavel Morozov. Da un capo all’altro dell’Urss si celebrò il suo eroismo. Venne plasmato il modello del Pioniere pronto a mandare i genitori o i fratelli dinanzi al plotone d’esecuzione, pur di ribadire la sua fedeltà al partito. La delazione contro i familiari venne incensata come il massimo del patriottismo, la prova decisiva dell’attaccamento all’ideale comunista e a Stalin. Maxim Gorki (che era da poco rientrato in Russia dopo l’esilio italiano) propose di erigere un monumento al martire Morozov. Vennero composte canzoni, girati film, messi in scena drammi, tutti inneggianti al «perfetto Pioniere» che aveva perso la vita per non tradire gli ideali del comunismo. Il culto si diffuse rapidamente, ingenerando l’emulazione: nei tre o quattro anni successivi, i casi di figli che denunciavano i padri per motivi politico-ideologici si moltiplicarono, l’uno più atroce dell’altro. Un Pioniere di nome Sorokin denunciò il padre che aveva sottratto qualche chilo di grano dai depositi del kolchoz. Un altro, Seriozha Fadeev, si levò in piedi a scuola dichiarando che suo padre aveva nascosto un sacco di patate invece di consegnarlo, come avrebbe dovuto, all’ammasso. Un tredicenne — Pronia Kolibin — fece arrestare sua madre, colpevole d’avere anch’essa portato in casa un po’ di grano del raccolto del kolchoz. Pronia venne premiato con una vacanza nel campo dei Pionieri in Crimea, la madre sparì nel Gulag. La Pionerskaia Pravda pubblicava regolarmente i nomi dei giovanissimi delatori con tutti i dettagli sulle loro imprese.Nel pieno del culto di Pavel Morozov, verso la metà dei Trenta, la prova dei sentimenti patriottici e della corretta formazione politica d’un Pioniere finì quasi con l’identificarsi nella disponibilità a denunciare i propri parenti. Non solo: un foglio provinciale della gioventù comunista giunse a teorizzare che un Pioniere il quale non si fosse mostrato zelante nel dare informazioni sulla sua famiglia, avrebbe dovuto essere visto lui stesso come un elemento sospetto. In molti casi, la denuncia non scaturiva dalle convinzioni ideologiche del Pioniere (o dai suoi fantasmi), bensì da motivi più concreti. Bastava infatti il timore che un familiare già sorvegliato dalla Nkvd potesse rappresentare un ostacolo ai programmi dell’adolescente, costargli l’espulsione dal Komsomol o addirittura dalla scuola, ed ecco la delazione. In questi casi non si trattava propriamente di denunce quanto d’una pubblica rottura dei rapporti familiari. Il Pioniere s’affrettava a dichiarare di non considerarsi più legato a tale o tal’altro membro della famiglia, a causa delle loro idee e comportamenti anti-partito. C’erano perciò degli appositi formulari da riempire, che venivano poi pubblicati dai giornali. Per esempio: «Io, Nikolaj Ivanov, rinuncio a mio padre, un ex prete, perché per molti anni egli ha ingannato il popolo sostenendo che dio esiste, e questa è la ragione per cui io rompo ogni rapporto con lui». Tali atti di separazione, di distacco legale dal gruppo familiare davano così luogo a due destini diversi. Il figlio delatore s’avviava verso una normalità di “homo sovieticus”, un lavoro, una carriera, mentre i parenti denunciati scomparivano dietro i reticolati del Gulag. Il pericolo del parlare con voce udibile dipendeva dalla quantità e dallo zelo dei delatori. Qualcuno poteva riferire un mugugno, una lamentela, un’imprecazione realmente uditi, per fanatismo ideologico. Convinto cioè di lottare contro i «nemici del popolo». Ma la delazione poteva avere ben altro scopo: liberarsi d’un rivale in amore, per esempio; ottenere una promozione; assicurarsi qualche metro quadrato in più nelle kommunalki, gli appartamenti in coabitazione dove vissero sino agli anni Settanta milioni di famiglie russe. Un altro caso molto comune era quello del ricatto con cui le polizie obbligavano a trasformarsi in delatori persone incorse in un’infrazione, o loro stesse già denunciate per aver sparlato del regime, che divenivano così i sorveglianti dei colleghi, degli amici, del coniuge. Costoro potevano pensare per un momento d’essersi messi in salvo, al riparo dagli arbitri polizieschi. In realtà la loro sicurezza restava relativa, precaria, condizionale, affidata agli umori dell’agente che li aveva reclutati, il quale poteva sempre, un giorno a l’altro, rispolverare il dossier delle colpe e infrazioni del delatore decidendone l’invio in un campo di lavoro. La «doppia vita» cui essi furono costretti, dice Figes nell’introduzione al suo libro, angosciosamente divisi tra le norme della condotta pubblica nel paese dei Soviet e i valori, gli affetti, le tradizioni della famiglia d’origine. Come fecero a trovare un minimo di equilibrio tra il loro naturale, inevitabile senso d’ingiustizia e alienazione nei confronti del sistema, e la loro stringente necessità di sopravvivere ritagliandosi un posto all’interno di esso. «Attento alla tua lingua», «I muri hanno le orecchie»: queste erano le frasi che i genitori ripetevano ininterrottamente ai figli. E una donna il cui padre venne arrestato nel ‘36, ricorda: «Fummo cresciuti con la consegna di tenere la bocca chiusa. Finirai con l’avere dei guai per colpa della tua lingua, era l’usuale rimbrotto che ci veniva rivolto. Così, entrammo nella vita con la paura di parlare. Mia madre ci diceva continuamente che eravamo circondati dagli informatori della polizia. E infatti eravamo sospettosi di tutti, a cominciare dai vicini». Non bisogna d’altronde dimenticare che furono poche le famiglie non investite dal Terrore staliniano. Secondo stime prudenti, tra il 1928, l’anno in cui Stalin assunse il pieno controllo del partito, e la sua morte nel ‘53, i russi finiti negli artigli della polizia politica e poi destinati alla fucilazione o al Gulag, furono venticinque milioni. La «doppia vita», vale a dire la scissione tra sentimenti personali e bisogno (cosciente o incosciente) di mimetizzarsi nell’universo sovietico, s’incarna al meglio in Konstantin Simonov. Nato nel 1915 in una famiglia della piccola aristocrazia travolta dalla rivoluzione, facendo quindi parte della prima generazione comunista educata nel mito della Guerra civile e del trionfo bolscevico, Simonov è già da adolescente un fervido seguace del regime. Riesce ad occultare totalmente, anzi a rimuovere, la sua origine sociale, e si trasforma in un devoto del culto di Stalin. Il suo zelo politico-ideologico e le sue doti gli consentono una rapida ascesa nelle organizzazioni culturali del partito. Ma il giovane è dominato dal timore che la sua fedeltà al partito possa esser messa in dubbio, e questo lo porterà ad attaccare duramente un paio di colleghi con l’accusa di scarsa convinzione nei principi marxisti. Con l’invasione nazista del ‘41, Simonov diventa un bravo e coraggioso corrispondente di guerra. Ma il grande successo verrà con una sua poesia, Aspettami, in cui un uomo al fronte assicura la donna amata che prima o dopo ritornerà a lei. Stampata in milioni di copie, messa in musica, Aspettami diventa il talismano dei soldati in battaglia, commuove le famiglie in attesa, entusiasma persino Stalin. La carriera e la fortuna di Simonov toccano così l’apice, e intanto lievita senza sosta, si fa fanatica, la sua devozione per il tiranno. Eppure l’uomo è a suo modo onesto. Adesso che è divenuto un personaggio influente, quando può dà una mano per togliere un amico dai guai. Ma sarà solo alla metà dei Cinquanta, con la morte di Stalin, che comincerà a riflettere sulla sua «doppia vita»: su quanto fosse dissennato il suo sforzo d’apparire un comunista senza macchia, sull’aver vissuto come un automa della propaganda sovietica.
(Da "La Repubblica" del 20 Gennaio 2008)

Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l' aria, ma non togliermi il tuo sorriso.
Non togliermi la rosa, la lancia che sgrani, l' acqua che d' improvviso scoppia nella tua gioia, la repentina onda d' argento che ti nasce.
Dura è la mia lotta e torno con gli occhi stanchi, a volte, d' aver visto la terra che non cambia, ma entrando il tuo sorriso sale al cielo cercandomi ed apre per me tutte le porte della vita.
Amor mio, nell' ora più oscura sgrana il tuo sorriso, e se d' improvviso vedi che il mio sangue macchia le pietre della strada, ridi, perchè il tuo riso sarà per le mie mani come una spada fresca.
Vicino al mare, d' autunno, il tuo riso deve innalzare la sua cascata di spuma, e in primavera, amore, voglio il tuo riso come il fiore che attendevo, il fiore azzurro, la rosa della mia patria sonora.
Riditela della notte, del giorno, delle strade contorte dell' isola, riditela di questo rozzo ragazzo che ti ama, ma quando apro gli occhi e quando li richiudo, quando i miei passi vanno, quando tornano i miei passi, negami il pane, l' aria, la luce, la primavera, ma il tuo sorriso mai, perchè io ne morrei.
("Il tuo sorriso" Pablo Neruda)
Fermandomi in un bosco in una sera nevosa
Penso di sapere di chi siano questi boschi La sua casa è nel villaggio, comunque. Lui non mi vedrà fermarmi qui a guardare i suoi boschi riempirsi di neve
Il mio piccolo cavallo deve pensare che è strano fermarci qui senza una fattoria vicino tra i boschi e un lago ghiacciato nella sera più buia dell'anno
Dà una scossa ai sonagli della sua bardatura per domandare se c'è qualche errore. Il solo altro suono è lo scorrere del lieve vento e dei soffici fiocchi.
I boschi sono belli, scuri e profondi, Ma ho promesse da mantenere, e miglia da percorrere prima di dormire, e miglia da percorrere prima di dormire.
("Stopping by Wood on a Snowy Evening" Robert Lee Frost)
Si tratta di un'allegoria, molto interessante: i boschi rappresentano l'irrazionale e la tentazione, la neve, la purezza, che contrasta visibilmente con il bosco, oscuro. Anche il cavallo è un simbolo: rappresenta la mente conscia del poeta, la sua parte razionale, che ricerca la sicurezza delle cose familiari, la vicinanza di una fattoria. Le tenebre, spesso associate a una connotazione negativa in poesia, sono qui viste invece in senso positivo: il bosco è "bello, buio e profondo", così come lo è talvolta, smettere di essere razionali a tutti i costi e lasciarci andare al nostro sentire più profondo, e indugiare in quella zona di confine che separa la nostra razionalità dagli abissi affascinanti dell'inconscio.

Nello stesso anno dei fatti del G8, qualche mese prima si verificarno accaduti che fecero da preambolo allo stesso G8 di Genova. Tali vicende avvenirono a Napoli in contestazione contro il Global Formu sull' e-government. Queste prove passarono sotto silenzio sulla maggior parte dei media: forse la presenza del centrosinistra al governo al governo ha spinto molte voci a tacere. Per cui le uniche fonti sono testimoni diretti di quell'esperienza. Grazie a tali dichiarazioni è possibile evidenziari avvenimenti sconcertanti. Dai dati raccolti emerge l'intenzione dei vertici della questura di dare una risposta "memorabile" alla più grande manifestazione autorganizzata che Napoli abbia vissuto da circa vent'anni a questa parte. Emerge chiaramente la volontà dei corpi armati dello Stato italiano di trasformare Piazza Municipio in una gabbia da cui fosse impossibile uscire. Le descrizioni rilasciate evidenziano l'accuratezza con cui il coordinamento delle "Forze dell'ordine" ha evitato di lasciare una qualsivoglia via di fuga per coloro che erano stati rinchiusi nella "Gabbia" Municipio. Questo ha creato panico e senso di impotenza dei manifestanti nei confronti di uomini armati dallo stato; ha generato una situazione tale da costringere ragazzini di quindici anni a gettarsi in fossati alti oltre i dieci metri pur di sfuggire alla rabbia di uomini armati dallo stato. Dalle dichiarazioni emerge come le "Forze dell'ordine" abbiano caricato i manifestanti da ogni punto della "Gabbia" Municipio. Viene più volte evidenziato come gruppi di manifestanti siano stati spinti verso punti insicuri della "Gabbia", a ridosso del fossato del Maschio Angioino, ad esempio, ammassati e "protetti" da una ringhiera troppo instabile e troppo bassa per fare da argine verso il vuoto. E' stata riscontrata la fermezza delle "Forze dell'ordine" nell'impedire agli operatori sanitari del 118 di svolgere il loro lavoro di pronto intervento e di trasporto di persone, gravemente ferite, verso gli ospedali. Si evince la crudeltà di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza all'interno degli ospedali e le pressioni portate nei confronti del personale medico e paramedico al fine di rendere meno tempestive le cure ai feriti.
Questa è la testimonianza di una ragazza bolognese.
Passiamo a ritroso per il corteo, proseguendo per Piazza Municipio, vedo che c'è un vero e proprio esercito tra polizia, carabinieri e guardia di finanza. Hanno "tappato" tutte uscite della piazza. Era fin troppo evidente: avrebbero lasciato che il corteo entrasse da quella parte, per poi chiuderlo in una morsa senza che nemmeno avesse il tempo di rendersene conto! Mi spavento al tal punto da decidere che io, in quella piazza, non ci sarei entrata. Avendo visto, lungo il tragitto tutti i vari schieramenti delle forze dell'ordine in assetto di guerra già quando il corteo si era da poco mosso da Piazza Garibaldi, ero un po' tesa. Mi accorgo che le mie paure non erano del tutto ingiustificate quando dall'alto di un muretto, sul quale ero salita per osservare meglio questo mare che avanzava, vedo la gente che comincia a correre. Sparano i lacrimogeni. Ci sono tanti tra quelli che scappano che con i manifestanti non centrano nulla: persone che stavano recandosi al lavoro, anziani, una mamma col carrozzino. Riesco a ripararmi in un portone. Il primo scontro scatta in Piazza Borsa. Nel posto dove mi sono riparata ci sono tre ragazzine di appena quindici anni che tremano terrificate: hanno perso i loro amici in mezzo alla carica. C'è anche una madre che piangendo grida: "Mio figlio è là in mezzo, aiutatemi!". Sono ancora nella piazza quando ad un angolo vedo sedute due ragazze contuse. Sono davvero conciate male. Mi avvicino, erano state pestate. Porgo un fazzoletto ad una delle due che ha il braccio sanguinante. Piangono, non per il dolore delle ferite, ma per il modo con cui sono state inflitte. Sono inciampate mentre la carica era in atto e non sono più riuscite a rialzarsi per la folla di manifestanti che correvano in tutte le direzioni. A quel punto sono state circondate dai poliziotti che con calci e manganellate hanno inferto i loro colpi fino a farle perdere quasi conoscenza. Mi offro di accompagnarle io in ospedale. Credo che chiunque, con un minimo di sensibilità, non le avrebbe lasciate sole. Stavo aiutando due ragazze portandole al pronto soccorso più vicino, cercando, con una buona parola, di offrire un minimo di conforto. Semplicemente ciò che avrei voluto trovare io se mi fossi trovata in una città che non conoscevo, per di più stordita dalle manganellate della polizia. Entriamo al Pellegrini. A raffica, arrivano feriti più o meno gravi. Ci sono quelli che arrivano con le ambulanze, ci sono quelli che arrivano a piedi: carne da macello. Un signore robusto, con i capelli grigi, in borghese, mi si avvicina: "Venga un attimo con noi". Lì per lì, penso che forse nell'angolino dove mi ero messa, stavo intralciando il passaggio delle barelle, che mi devo spostare. Invece il signore mi afferra per le braccia, da dietro, e mi porta nella guardiola della polizia: "Mi dia un documento". C'era un altro paio di ragazzi quando sono entrata lì e a distanza di pochi minuti sono arrivati altri e altri ancora. Ho visto che segnavano i miei dati, mi sono detta: "Ora mi chiederanno come mai ero lì, io dirò che ho soccorso le due ragazze, mi faranno firmare qualcosa, mi restituiranno il documento e mi lasceranno andare, tutto qui!" e invece dopo entra una poliziotta, o meglio un'ispettrice o cos'altro non so, e sento che dice "Si...si...portateli tutti alla Raniero". Mi chiamano tra i primi quattro e penso che è meno male, così mi sbrigo subito, subito e torno a casa! Forse qui non hanno i fogli per le dichiarazioni, se ne dobbiamo fare una. Provo a chiedere informazioni su cosa sta accadendo e perché dobbiamo spostarci, nessuno mi risponde, nessuno mi dà retta, ci sono altri come me che hanno accompagnato feriti, che provano a spiegare perché erano là, ma vengono respinti dagli agenti. Solo quando esco fuori e mi si avvicina una signora mostrandomi il tesserino dell'ordine degli avvocati, comincio a capire qualcosa. Mi dice: "Per qualsiasi cosa, sono un avvocato, il mio nome è..." e mentre lo diceva mi hanno spinto nella macchina della polizia, che avevo si, visto uscendo, ma che mai avrei immaginato stesse aspettando me. "Alice nel paese delle meraviglie" cominciava a svegliarsi finalmente! A sirene spiegate e correndo, come se trasportasse chissà quale efferato criminale, l'auto ha preso direzione Piazza Dante per poi, girare per via Broggia, qui si è bloccata per il traffico. La gente che aspettava alla fermata l'autobus, cercava di sbirciare all'interno dell'auto per cercare di riconoscere il "delinquente" e tra loro, qualcuno soddisfatto diceva: "Ah! Meno male che ogni tanto funziona la giustizia!" Ci fermiamo. Mi aprono la portiera e un corridoio di poliziotti ci "accoglie" con sputi, insulti e spintoni. Entro in un grosso stanzone dove sul fondo vedo, cinque, sei ragazzi inginocchiati, faccia al muro, presi a calci, calci così forti da farli saltare da terra. E' quello che aspetta anche me. Ho paura. Sento le gambe tremarmi tanto che, quando ci sbattono contro al muro e dicono di inginocchiarci con le mani dietro la nuca, è quasi un momentaneo sollievo. Le provocazioni e gli insulti sono pressanti, mai avrei immaginato che le cose andassero così! Se ti giravi per vedere chi le stesse prendendo, giù con calci e pugni anche su di te. Hanno fatto così con un ragazzo che mi era affianco. Perdi ogni diritto, ti tolgono la dignità. Mi hanno detto cose orribili. Ho cominciato a pregare, la mia disperazione e smarrimento richiedevano un urgente bisogno di qualcosa a cui appigliarmi, in cui trovare forza. Pregando riuscivo ad isolarmi da tutte le loro provocazioni, a non sentire più niente. Solo ad un tratto, uno mi ha urlato in faccia tirandomi i capelli: "Si sulament' hann' sfiorat' a 'na cullega dda nost' t'amm'accirere'!"(Se solamente hanno sfiorato una nostra collega, ti dobbiamo ammazzare!). E mi sono sentita come se mi leggessero una sentenza di morte: colleghi o colleghe loro saranno stati sicuramente feriti negli scontri che ci saranno stati a Piazza Municipio e loro lo sapevano benissimo, avrebbero cominciato con una scusa qualsiasi a prendermi a calci. Solo l'intervento dei commissari, li ha fatti momentaneamente calmare. Ma ci sono venuti vicino dicendo che appena se ne fossero andati i loro capi per noi non ci sarebbe stato più scampo, che eravamo dei bastardi, che ora, lì dentro, stavamo facendo le finte pecorelle e che invece non eravamo altro che una massa di sovversivi e per questo avremmo pagato. Hanno cominciato le perquisizioni: uno alla volta, dentro al bagno, a porta chiusa. Ancora mi assale il terrore, non capisci cosa ti succede là dentro e non vedo poliziotte in giro, non mi meraviglierei se a perquisirmi fosse un poliziotto e mi mettesse le mani addosso. Arriva il mio turno, nessuna poliziotta e c'è un poliziotto nel bagno. Temporeggio e, fortunatamente, vedo arrivare una donna in borghese che mi invita a seguirla. Nell'entrare vedo il lavandino pieno di sangue e altro sangue schizzato "di fresco" su tutte le pareti. In quel momento non capisco: se tutti quelli che sono lì provengono dall'ospedale, saranno già stati medicati, ricucite le ferite e bendati; allora da dove proveniva tutto quel sangue? Non so darmi una spiegazione, o meglio, preferisco non darmela! La donna dice di spogliarmi. Vorrei dirle che io non c'entro niente, che ho solo accompagnato due ragazze in ospedale, ritenendo di fare una cosa giusta e che invece quello che stava accadendo non era giusto, ma riesco appena a chiederle quando finirà tutto quest'incubo. Lei non sa rispondermi, controllando nella mia borsa trova il telefonino acceso, mi ordina di spegnerlo. Dice che se non l'avessi capito sono "in fermo" e non ho diritto a comunicare con l'esterno. Mi chiede se ho piercing e mi fa togliere i lacci delle scarpe, dice che con quelli potrei farmi del male. Rispondo che se non sono loro a farmene, io, da sola, non ho di certo nessuna intenzione di procurarmelo. Poi mi guarda la collanina che ho al collo, è titubante, poi dice che quella posso tenermela. Prende le due cinture che avevo poggiato nello spogliarmi sul lavandino. Erano entrambe un regalo, le avevo da tempo, ci tenevo molto. Chiedo se le potrò riavere indietro. Non lo sa. Aspetta che mi rivesto ed apre la porta. Penso che forse il peggio sia finito. Ho bisogno di una bugia da raccontarmi. Mi rispingono contro al muro, giù, in ginocchio. Il ragazzo affianco a me sottovoce mi chiede che mi hanno fatto lì dentro, rispondo che io sono stata perquisita da una donna che con me è stata abbastanza tranquilla, ma sono pienamente cosciente che per lui non ci sarà lo stesso trattamento. I poliziotti l'hanno preso di mira da come è entrato nella caserma. Mentre lui è dentro, i "capi" ordinano che chi è stato perquisito può girarsi e mettersi seduto, sempre giù, per terra. Così vedo il ragazzo che spinto, esce dal bagno. Ancora l'insultano, ancora lo provocano pesantemente. I segni delle percosse sono più che evidenti sul suo volto anche perché prima di entrare lì dentro era completamente illeso. Era anche lui al Pellegrini e anche lui era lì per aver accompagnato una ragazza che ha avuto sette punti di sutura alla testa e contusioni varie. Dopo un po' è arrivata anche lei in caserma. Fino alle 16 continuano arrivare poliziotti che portano altri ragazzi. Non riesco a capire ancora quanti ne siano. Sono dall'altra parte dello stanzone e io devo stare seduta per terra, senza muovermi e poi c'è un grande via vai di commissari, agenti in borghese e tanti altri in divisa. Stanno portando un ragazzo nuovo. Lo "depositano" vicino a me. E' straniero e non parla la nostra lingua. Il poliziotto gli chiede i documenti, ma lui non capisce e lo prega di ripetergli la domanda in inglese o in francese. "Dicit 'a stu' strunz che m'adda ra'e document!" (Dite a questo stronzo che mi deve dare i documenti!). Così un ragazzo si mette a fare da interprete. Il nuovo arrivato gli dà il passaporto. E' svizzero. L'agente controlla la fototessera al suo interno ed esclama con un tono ricolmo d'odio: "Si, sì propr' tu...a' stess' facc'e cazz!" (Si, sei proprio tu...è la stessa faccia di cazzo!). Lo prende a parolacce, per giunta in dialetto, quando sa che non capisce. Ma lui insiste, così, giusto per soddisfazione personale. Poi si allontana chiamando un collega: "Vedi? Abbiamo preso anche un clandestino...". Ormai è tre ore che sono qua dentro. Nessuno ci dice niente, nessuno ci dà delucidazioni su cosa sta accadendo, nessuno, oltre ai nostri dati, ci chiede qualcosa. Quei pochi che tentano di spiegare la loro posizione vengono respinti e presi in giro dai poliziotti, ai superiori, figuriamoci, non ci si può nemmeno accostare. Dal fondo della stanza sento che un agente risponde ad un ragazzo, che ha chiesto di poter telefonare a casa, che non era possibile, in quanto, se eravamo stati arrestati ne avevamo diritto, essendo semplicemente fermati no! Non credo che si permettano di trattare i camorristi come stanno trattando noi. Improvvisamente mi si avvicina un poliziotto, si china verso di me e senza spiegarmi nulla mi dice di firmare. Intontita prendo la penna che mi porge, sto quasi per firmare, quando mi "risveglio" e mi viene in mente (Sacrilegio! Lì dentro non hai diritto di pensare solo di eseguire ciò che ti viene ordinato) di approfittare di quella prima e unica occasione che avevo per capire finalmente, di che cosa ero stata accusata. Come mai ero stata "fermata" se ero già ferma per fatti miei fuori un ospedale? Il poliziotto, vedendo che non scrivo m'indica nuovamente lì dove devo apporre la mia firma. Gli dico che mi rifiuto e dopo tutte le minacce e le provocazioni, credo che di aver usato tutto il mio coraggio per farmi uscire quella frase. Avevo letto che erano segnate le due cinture che mi avevano preso: sono diventate oggetti pericolosi sottoposti a sequestro. Penso che sono le stesse identiche cinture che hanno riempito in quest'ultimo periodo bancarelle, negozi, le passerelle delle più famose case di moda. Credo che da domani, a questo punto, dovranno avere il permesso di porto d'armi un po' tutti, allora, per indossarle! Più in fondo alla pagina c'è scritto qualcosa riguardo alla manifestazione e che ero stata "fermata" lì in mezzo, forse mentre commettevo qualcosa di violento, ma, a dir la verità, non riesco a leggere bene: l'agente indicandomi il posto dove devo firmare me lo impedisce, e quando provo a spiegargli, timorosa, che la mia storia è differente da quella riportata su quel foglio, nervosamente si allontana senza lasciarmi finire di parlare. Mi convinco che vada a chiamare qualche superiore, che qualcuno, vista la mia reazione, mi ascolti, ma niente. Altri poliziotti si avvicinano per far firmare altri ragazzi attorno a me e loro, ormai distrutti fisicamente e psicologicamente, senza opporsi, eseguono l'ordine. Così come li hanno ridotti, farebbero qualunque cosa che li consenta di abbreviare quella tortura. Ora che devono compilare tutte quelle scartoffie, gli agenti prestano meno attenzione a noi e riesco a scambiare qualche parola con quelli che mi sono più vicini. Ci sono due ragazzi di Padova, erano venuti alla manifestazione anche come scusa per vedere un po' Napoli. Hanno circa vent'anni. La ragazza è stata colpita da manganellate alla testa durante le cariche a Piazza Municipio, poi continuandomi a raccontare, mi mostra la schiena. Un orrore! E' un'unica macchia violacea. Ha del sangue che continua ad uscirle da una delle ferite alla testa e nonostante questo è stata picchiata anche una volta arrivata in caserma, senza un minimo di pietà. Il fidanzato l'aveva accompagnata in ospedale. Sono stati tra i primissimi ad arrivare. Mi spiega che era una delle prime volte che partecipavano ad un corteo. Avevano saputo che nei giorni precedenti non c'erano stati incidenti, nonostante ci fossero state altre iniziative contro il Global Forum, e sono partiti sereni. Lui durante gli scontri in Piazza era riuscito a ripararsi. Ma vedo che ha un labbro spaccato e gli chiedo spiegazioni. Durante la perquisizione, in bagno, a porte chiuse, un poliziotto l'ha fatto spogliare e dopo un tentativo di violenza sessuale, lui ha reagito, dopo di che è stato picchiato selvaggiamente. Mi indica un altro ragazzo, dicendomi che con lui è capitata una cosa simile. Ad un altro durante la perquisizione, hanno ridotto in mille pezzi una cinquantamila lire che gli hanno trovato nel portafoglio e gli hanno distrutto il telefonino. Mi mostra il cellulare col display e la tastiera completamente spaccata, irrecuperabile. C'è un altro ancora che stava passeggiando per fatti suoi, appena sapeva della manifestazione. Si è trovato da quelle parti e si era fermato a guardare. Quand'è scattata la carica nemmeno ha avuto il tempo di accorgersene: è stato accerchiato dalla polizia, erano almeno in cinque, dice, e giù con botte a più non posso. Qualcuno lo ha poi accompagnato alla prima ambulanza arrivata. Arrivato al Pellegrini è stato "fermato". Eccole qua le storie dei "pericolosi sovversivi" bloccati dalla polizia e come queste tante e tante altre. Il più "rivoluzionario" mormora non è così che uccideranno i suoi sogni. C'è anche un avvocato. Ha trovato una ragazza pestata per strada e l'ha accompagnata al pronto soccorso, una storia simile alla mia. Nonostante abbia mostrato il tesserino dell'ordine è vestito con un giubbotto di pelle, da "manifestante" ed è stato portato in caserma anche lui. Ore17. Alcuni poliziotti ci dicono che tra un po' ci lasceranno andare. Io sono sempre in attesa del momento in cui mi faranno fare una deposizione. Qualcuno chiede "dopo" che succederà, quali conseguenze avremo, ma non rispondono, sono evasivi, qualcuno di loro cita qualche articolo, qualche numero. Mi sembra quasi fatto apposta per non farci capire, vorrei chiedere a quell'avvocato, ma l'hanno chiamato per l'ennesimo controllo dei documenti. Vedo dei flash, credo siano giornalisti e invece hanno cominciato a fare le prime foto segnaletiche. Oramai non mi stupisco più, ormai non vedo l'ora di uscire da questo posto soffocante e umiliante, e basta. Chiamano uno alla volta, ma prima di vedere il flash scattare, passa un po' di tempo: che sia arrivato il momento che chiedono qualcosa? Che ci ascoltano? Attendo che chiamino il mio nome, temendo di non riuscirlo a sentire quando lo faranno e di rimanere ancora altro tempo lì. Finalmente mi chiamano: "Eccomi!" vado verso una scrivania. E' il mio momento, ora mi chiederanno perché non ho voluto firmare il verbale e io spiegherò tutto. Un signore più anziano, forse un superiore, mi chiede se ho un documento, tiro fuori dalla borsa l'abbonamento. Lui si arrabbia. Dico che non ho altro: "Capisco che non è un documento ma c'è la foto, ci sono i miei dati, meglio di niente!" Scrivono il mio nome, cognome, chiedono il nome di mio padre e tutto il resto. Dopo aver segnato tutto il signore mi chiede: "Tu sei d'accordo, vero, con questo contro-Global?". Mi stanno finalmente dando la possibilità di essere ascoltata, mi sembra incredibile. Balbettando dico:"Mi lasci spiegare..." "Si, si, sempre la stessa storia, vai a fare la foto, va!". Mi danno un numero da attaccarmi in petto. Il fotografo dice di accostarmi al muro, poi mi chiede come mai non avevo i lacci. Forse voleva fare una battuta, o forse era solo curiosità. "Qui me li hanno presi. Sono stati loro" e scatta la prima foto. "Ora girati, guarda verso quel muro" Provo una profonda vergogna in quell'istante. Scatta la seconda. Mi tolgono il numero. Ormai è fatta. Non so cosa scriveranno accanto a quella foto, ma ora sono schedata a tutti gli effetti. Non conosco questo, a livello burocratico, civile o penale, cosa possa significare, ma sento già profonde le ferite psicologiche che questa giornata mi ha procurato. Umiliata, provocata, accusata, malmenata e tutto questo per aver avuto compassione di due ragazze, per aver creduto di stare compiendo onestamente un mio dovere. Non posso dire di pentirmi per ciò che ho fatto, come potrei farlo? Devo dire che la prossima volta che vedo qualcuno in difficoltà, proseguo per la mia strada ignorandolo? Mi rifiuto al solo pensiero! Ci hanno messo in un'altra fila, da qui, due alla volta, ci scorteranno fin fuori la caserma. Ho lo sguardo perso nel vuoto, mi sento come ipnotizzata aspettando l'ultimo ordine di alzarmi per poi uscire. Sono tra gli ultimi. Siamo in quattro ad essere chiamati. Anche loro si sono stancati e vogliono tornarsene a casa. Esco dal portone, fuori pioviggina, ho freddo. Stamattina, quando sono uscita, c'era un bellissimo sole che troneggiava in un cielo azzurrissimo e avevo deciso di lasciare a casa il giubbotto. Tanto per pranzo sarei tornata! Non riesco a camminare bene, senza i lacci. Il poliziotto che ci accompagna con aria quasi paterna ci chiede perché facciamo queste manifestazioni, tanto è così che vanno le cose e ad andare contro ci rimettiamo solamente. Nessuno gli risponde. Che senso avrebbe? Mentre proseguiamo (è una lunga discesa quella per arrivare al cancello che dà sulla strada o a me sembra non finisca mai!) ci passa una macchina affianco: "Vuttl' tutt' quant' rind' a'mmunnezz!" (Buttali tutti quanti nell'immondizia). E' così che un poliziotto dall'auto grida al collega che ci scorta. "Lasc' e'stà..." (Lasciali stare) risponde lui: "Tanto s'vere che so' tutt' bravi guagliune!" (tanto si vede che sono bravi ragazzi). Questa frase mi arriva come l'ennesima pugnalata della giornata. Ma come? Se si vede che siamo bravi ragazzi, che significato ha tutto quello che è accaduto? Sono andati volutamente a prendere i più deboli, i meno esperti, quelli che non pensavano che correndo in ospedale sarebbero andati incontro ad un pericolo.
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